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Mi sa che fuori è primavera

Mi sa che fuori è primavera

Spesso compro libri senza neanche avere letto prima nulla, a volte senza neanche conoscere l’autore. Mi lascio coinvolgere dal titolo, dalla trama , si lo ammetto, anche dalla copertina … lo ammetto! Qualche volta mi  è capitato  di rimanere poco coinvolto (oltre che deluso) , di non trovare nessun appeal nei personaggi, nessun trasporto, nessun interesse nella storia e nel modo di scrivere. “Mi sa che fuori è primavera” è proprio uno dei libri comprati “di getto”: la copertina molto delicata, fresca e leggera ha avuto un effetto calmante su di me in una giornata terribile; per cui ho cominciato a leggere il libro senza troppo entusiasmo. Ma questo lavoro di Concita De Gregorio è uno degli esempi che rappresenta bene come il mio istinto spesso è il mio personal shopper più valido! “Mi sa che fuori è primavera” è scritto con uno stile piuttosto asciutto,  crudo, ruvido forse come l’animo di Irina, una madre privata dei figli,  di una donna che lotta e sfida tutti i pregiudizi della società. E’ bello come la scrittrice riesca a riformulare quella che è la disperazione di una donna che ha perso ogni speranza di vivere, in un’energia che le è di aiuto per  riappropriarsi del diritto a gridare “c’è ancora vita per me”. Un grido che attraverso l’incontro di un uomo e della passione per il lavoro, le da l’opportunità di riscattarsi nel mondo. Pagina dopo pagina si comprende com’è costruita la sequenza di una rinascita, si assiste alla svolta che Irina concede alla sua vita. E’ il momento di “riprendersi per mano”, è il momento favorevole e tanto atteso per tornare a vivere … perché “mi sa che fuori è primavera” ! 

 

– Trama –

Per essere felici non ci vuole tanto. Per essere felici non ci vuole quasi niente. Niente, comunque, che non sia già dentro di noi“.

Ferite d’oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un’antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia e l’ha vinta. Una donna che non dimentica il passato, al contrario: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina.

Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti. In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l’uomo si uccide. Delle bambine non c’è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile, Irina conquista brandelli sempre più luminosi di verità e ricuce la sua vita. Da quel fondo oscuro, doloroso, arriva una luce nuova. La possibilità di amare ancora, l’amore che salda e che resta.
Concita De Gregorio prende i fatti, semplici e terribili, ed entra nella voce della protagonista. Indagando a fondo una storia vera crea un congegno narrativo rapido, incalzante e pieno di sorprese. Scandisce l’esistenza di questa madre privata dei figli – qual è la parola per dirlo? – in lettere, messaggi, elenchi. Irina scrive alla nonna, al fratello, al giudice, alla maestra delle gemelle, abbozza ritratti, scava nei gesti, torna alle sue radici, trova infine un approdo. Dimenticare significa portare fuori dalla mente, ricordare è tenere nel cuore. Il bisogno di essere ancora felice, ripetuto a voce alta, una sfida contro le frasi fatte, contro i giudizi e i pregiudizi. Uno di quei libri in cui uomini e donne trovano qualcosa di sé.